Siti archeologici in laguna di Marano

Considerazioni e ipotesi.

Premessa
E' Facile constatare come, nella corrente cultura pianificatoria, il fiume, il lago, il mare o la o laguna, vengano associati, più o meno esplicitamente, a vere e proprie lacerazioni del "continuum" territoriale, tanto da venir percepiti quali elementi di ostacolo, che reprimono o limita­lo la libertà di azione del pianificatore, il cui solo e vero oggetto di interesse è costituito dalla parte solida del vassoio territoriale.

Va dunque sottolineato il fatto che, paradossalmente, la parte "liquida", costituente la preponderanza della superficie terrestre, subisce una persistente emarginazione che non trova ragione nè nella consistenza qualitativa, nè tanto meno nella complessità dei problemi di questa così diversificata e importante componente territoriale.

Eppure basta soffermarsi a considerare come le più importanti civiltà e città di un tempo abbiano avuto origine e si siano sviluppate in presenza e in contatto con l'elemento idrico, per rendersi conto di come il rapporto uomo/terra/acqua abbia conosciuto nel passato momenti di composizione veramente armonica, tanto che riesce facile giungere ad indivi­duare, in un riuscito legame tra le parti coinvolte, uno dei punti fondamentali per il concretar­si di espressioni culturali e civili di fortissima intensità.

E' così che l'insopprimibile necessità dell'uomo di delimitare il proprio territorio fa nascere l'artificio del ponte, che unisce scavalcando, o quello della nave che unisce solcando; ecco l'"astuzia" di usare come difesa quello che esiste già in natura ed è percepito come ostaco­lo. La difficoltà di rapportarsi alla parte liquida del territorio non ha comunque impedito all'uomo di sentirsi profondamente interessato e coinvolto in un complesso rapporto di attra­zione-repulsione, dal cui superamento e dalla cui feconda composizione prende avvio una situazione di euritmia tra la parte liquida e la parte solida del territorio. Essa storicamente coincide con l'instaurarsi di condizioni adatte al fiorire e all'evolversi tanto delle più impor­tanti città, come delle maggiori civiltà di ogni tempo, quali sono quelle fluviali e lagunari. Da questi significativi esempi del passato emerge autonomamente e palesemente l'oggettiva fondatezza di una visione dei problemi territoriali che non consideri la parte sommersa del territorio per differenza rispetto a quella emersa. (Cacciaguerra 1992)

Storia
Lo studio della genesi e dell'evoluzione della laguna di Marano non può essere separato da una ricerca più generale che comprenda il sistema fluviale e lagunare dell'alto Adriatico. Onde sgombrare il campo da fallaci aspettative è doveroso premettere che le contraddizio­ni e imprecisioni esistenti nelle fonti greco-romane generano dubbi ed equivoci destinati, pur­troppo, a rimanere, in parte o completamente, non risolti anche oggi.
Non deve quindi meravigliare il fatto che l'ampiezza e le relazioni tra i diversi sistemi lagu­nari siano oggetto tuttora di una discussione lontana dal concludersi; in ogni caso le testimo­nianze ed opinioni dei nostri progenitori costituiscono un valido punto di riferimento per svi­luppare le considerazioni attuali.

Già PLINIO (70 d.C), non citando alcun ambiente lagunare nei pressi di Altino, e localiz­zando Aquileia a 15 km dal mare, fornisce una indicazione valida di cui occorre tener
conto. Secoli più tardi, il grande idraulico della Serenissima Cristoforo Sabbadino affronta il tema dello stato del litorale Veneto denunciando il degrado ambientale e formulando diverse ipotesi in parte riprese successivamente.
Le prime ricerche sistematiche relative alle lagune sono da attribuirsi agli studiosi di idraulica veneti del XV e XVI secolo sviluppate anche da altri autori.

A questo proposito occorre rilevare che le indagini archeologiche, e soprattutto quelle molto recenti, hanno fornito un contributo notevole e permettono di cogliere le trasformazioni sostanziali verificatesi in quest'area che portano ad evidenziare la presenza di alcune strade su un territorio, che precedenti ipotesi giudicavano occupato dalle acque. Quale esempio, la prosecuzione da Altino della via Annia verso Concordia ed Aquileia è utile a definire un limite probabile per l'estensione delle maree nelle lagune di Caorle e di Grado. Anche la presenza di un percorso militare costiero da Rimini ad Altino, via Popillia indi Romea, tende ad avvalorare tale ipotesi convalidata dalla presenza di selve (Fetontea e Cloziaca) descritte da Livio e Marziale.
Altri ritrovamenti archeologici, in territori che alcuni affermavano invasi dalle acque delle lagune, come nei dintorni di Aquileia e di Classe, attestano che ad Aquileia si fosse svilup­pato un porto fluviale e che Classe fosse collegata al mare tramite un canale artificiale detto "messianico".
Altre ipotesi e teorie affermano che vie d'acqua naturali fossero state integrate ed ampliate mediante canalizzazioni artificiali (via endolagunare); alcune di tali realtà sono tuttora esi­stenti e funzionanti (es. Canale Anfora). I collegamenti, talora difficoltosi, si attuavano mediante una navigazione che utilizzava anche le foci di numerosi fiumi e di altre realtà lagunari e paludose come le "fossae".

Si può quindi ritenere che, in età imperiale, fosse stata ormai completata la rete di infrastrut­ture nell'arco settentrionale dell'Adriatico, mediante una connessione per vie marittime, fluvia­li e terrestri nell'intera regione. 
Ed ancora: i ritrovamenti da Latisana e dintorni al retroterra di Caorle ed Altino, fin verso Adria e Spina, sembrano incompatibili con la presenza di una laguna continua.

Miti e leggende

Antichi miti e leggende hanno dato volto storico, almeno nel II millennio a.C, a questa zona nord-orientale dell'Italia: il viaggio degli Argonauti in fuga con il Vello d'oro dalla Colchide (attuale costa sud-orientale del mar Nero, leggende presenti in Omero ed Esiodo); Pola, di antica fondazione dei Colchi, inseguitori degli Argonauti; il viaggio del troiano Antenore che lascia la sede originaria in Paflagonia (regione a sud del mar Nero); i Focesi fondatori di Massalia nel "Sinus Gallicus" (Golfo del Leone, e primi scopritori del Golfo Adriatico); i Colchi all'inseguimento degli Argonauti, insediatisi nel territorio della futura Aquileia (Pavan, 1990).

Pure nel brevissimo ambito protostorico e storico che ci riguarda più da vicino, lo studio delle lagune dell'alto Adriatico e delle civiltà che vi si sono espresse [celtica (?), venefica, romana, bizantina, medievale e moderna), richiama quell'enorme spostamento a catena di popolazioni, che coinvolse l'antico continente euroasiatico.

Morfologia delle lagune

Oggi vi sono ancora alcuni propensi a ritenere che le attuali lagune di Chioggia, Venezia, Caorle, Marano e Grado, rappresentino i residui di un grande "estuario adriatico" di età preistorica esteso un tempo da Chioggia (o da Ravenna?) fino all'Isonzo, nel quale la navi­gazione poteva svolgersi liberamente entro l'ampia distesa d'acqua compresa tra il cordone 
litoraneo e la terraferma (Morelli De Rossi 1969 - Rosada 1990): é una "spiegazione" trop­po "teorica" ed è collegata a troppi fattori coincidenti per essere considerata realizzabile. Le teorie attuali concordano invece sull'esistenza di un sistema articolato di lagune tra Aquileia e Ravenna, talvolta collegate da canalizzazioni ma escludono l'esistenza di una unica e vasta laguna.
L'evoluzione di tale contesto è stata indubbiamente influenzata dai fenomeni di bradisismo terrestre e dalle trasgressioni marine che hanno prodotto variazioni nel livello medio del mare. Anche le alluvioni, soprattutto nel VI secolo, hanno contribuito a modificare il contesto idrogeologico; altri fenomeni minori, quali quelli di compattazione del terreno ad opera delle acque e gli effetti tettonici, hanno concorso alla definizione del panorama globale, in accor­do alle ipotesi che le attuali lagune abbiano progressivamente occupate parti ancora emer­se di territorio.

Parallelamente vi sono stati fenomeni di tipo opposto, come la costituzione di barre litoranee dovute all'apporto di materiale solido da parte dei fiumi. Si può quindi ragionevolmente affermare che tali conclusioni e considerazioni siano valide anche per la laguna di Marano, le lagune si presentano oggi (ed in particolare quella di Marano) chiuse verso il mare da un cordone litoraneo discontinuo di dune basse sabbiose (altezza max ca 3 m), "tenue praetentum litus" (T. Livio), che in altri tempi doveva "forse" presentarsi di dimensioni più consistenti (ma di ciò non siamo molto sicuri).

Il ricambio delle acque nella Laguna di Marano e nelle altre zone lagunari dell'Adriatico set­tentrionale avviene attraverso le bocche (o porti) che in molti punti interrompono il cordone. Nella Laguna di Marano si trovano alcune bocche o porti: Porto Lignano (corrispondente al fiume Stella), Porto Sant'Andrea (corrispondente allo Zellina), porto Buso (corrispondente all'Ausa-Corno). La "corrispondenza" è data dal fatto che il fiume di risorgiva, dopo lo sboc­co in laguna, continua il suo lentissimo corso attraverso le acque della laguna, contribuendo anche al loro ricambio.

Occorre notare che le acque di risorgiva, provenendo da falde acquifere che sgorgano dopo un lungo percorso sotterraneo, che esercita di fatto una filtrazione del liquido stesso, possono esser considerate abbastanza pure e quasi prive di apporti terrigeni estranei. Esse, con il loro lentissimo deflusso, provocano perciò un "solco" nel fondo melmoso della laguna e che sbocca poi nel mare aperto.

Si deve notare ancora che vi sono i flussi e i riflussi delle maree (variazioni da 40 a 150 cm). A sud del cordone litoraneo troviamo i "banchi" sottomarini sabbiosi che rappresentano b porzione più attiva, sviluppantesi fino alle marine prospicienti.

La zona lagunare alto-adriatica è già stata da me esaminata con alcuni amici negli anni passati (Castellarin 1968, Frisoni et al. 1990, Anzolin et al. 1990, AA.W. 1991, Anzolin et al. 1992, Frisoni in prep.), ma continua a richiamare la mia attenzione sia per il deside­rio di verificare l'argomento con più accuratezza, sia per inquadrare più in generale il feno­meno con i suoi risvolti di colonizzazione urbana stabile, per esaminarlo meglio nelle sue varie sfaccettature.

Comunque l'origine del nostro sistema lagunare viene riportata agli ultimi millenni dopo la quarta glaciazione di Würm (12000/10.000 a.C.) in seguito al continuo ma lentissimo innalzamento del mare Adriatico (dalla linea Ancona/Zara all'attuale), dovuto a diversi vali­di motivi, collegati pure all'apporto di notevoli depositi fluviali argilloso-sabbiosi (Po, Reno, Adige, Brenta, Piave, Livenza, Tagliamento, Isonzo).

Le sempre più importanti risultanze archeologiche, e gli studi relativi confermano la designa­zione di questa area, dalla preistoria alla protostoria, come bacino di convergenza e tramite di cultura ed economia. Dal punto di vista geologico, geografico e 
storico mi sembra interessante il paragone che possiamo verificare nello stesso vicino mar Mediterraneo. La formazione delle nostre lagune può esser raffrontata alla analoga situazione esistente sul litorale francese nel Mediterraneo occidentale nel Golphe du Lion già citato, dalle Bouches du Rhòne (Gallio Narbonensis) verso la Catalogna e il confine spagnolo; l'estensione geografica risalta anche comparando le due aree.

Anche in questo caso le coste basse alluvionali, quindi a carattere prevalentemente argilloso, formano un ampio arco ospitante una serie di lagune che costituiscono, in questa ottica, assieme ad un clima similare, la caratteristica morfologica predominante.


Litorale francese del mediterraneo

Esame dei siti ritrovati sul cordone insulare della Laguna di Marano e sulla corrispondente terraferma
Solamente in questi ultimi anni si è delineata la situazione in questo settore così come per quelli adiacenti. A parte segnalazioni nel passato (dall'800 in poi) vaghissime, imprecise, un pò favolistiche,  se non addirittura campate in aria, le notizie effettive, sicure datano al massimo da una ventina d'anni. Bisogna considerare il fatto che con i vicini splendidi esem­pi di Aquileia e Julia Concordia, che assorbivano tutto il lavoro degli archeologi, le zone contermini sono rimaste molto in penombra. In questi giorni ad esempio si celebra il cen­tenario (1994) della morte dell'avv. Bertolini, che riportò alla luce le imponenti rovine di Julia Concordia. Comunque riportiamo qui di segui­to, con qualche commento esempli­ficativo, quanto ci risulta per la laguna di Marano.

Laguna di Marano

  1. S. ANDREA Si rinvenne in quest'isola una statua forse adoperata in un monumento funerario d'epoca augustea (SOMEDA DE MARCO 1955 - BUORA 1990). Per quanto concerne il sito archeologico ivi trovato, nostre più recenti visite hanno permesso di rinvenire in superficie molti reperti fittili, materiale architettonico, frammenti di vetri, ecc. in due siti distanti circa 100 m; la reciproca collocazione induce pure ad ipotizzare la presenza di due diversi edifi­ci.
  2. TOPPI DI PUNTA GROSSA Sono stati trovati molti cocci di anfore e di altri recipienti in terracotta su questo isolotto, che affiora sulle acque solamente con le bassissime maree. Ciò potrebbe collimare con l'asser­zione che "spesso i pescatori di Marano a circa 5 km lontano dalla spiaggia, ad una profondità di 5 passi di acqua, in direzione di Marano e precisamente tra i due porti di S. Andrea e di Lignano spesso colà inciampano con le reti pescando anche cocci e anfore" DAL FORNO 1949).
  3. LIGNANO 1 Due recenti interventi descrivono i reperti, trovati in questi ultimi anni a circa 300 m dal sito MADONNETTA descritto qui sotto al n. 4, dopo ricerca di superfice. Dai frammenti di anfo-re elencati, si ipotizza una frequenza del sito dal I al V/VI secolo d.C. Abbiamo perciò le basi per controlli più approfonditi, che permetterebbero di meglio valuta-re l'importanza agricolo-commerciale di questo ritrovamento (FRISONI et al. 1987 - FRISO­NI et al. 1990). 
  4. LIGNANO 2 Sono stati trovati numerosissimi frammenti di cotto e ceramica da far pensare ad una forna­ce" (FIORETTI 1960). Una rivisitazione del sito già segnalato (CASTELLARIN 1986) ha con­fermato la presenza e, più recentemente, altri frammenti (Pb per reti, base di bicchiere, lacer­ti di intonaco, tessere di mosaico, anse di anfore, ecc.) hanno fornito nuove certezze (ANZOLIN et al. 1992).
  5. BEVAZZANA sx La località è nota per diverse antichissime citazioni, risalenti anche ai secoli V e VI d.C. Dovrebbe corrispondere al "portus Tiliaventum minus" di Plinio.  Più recentemente la località è stata oggetto di interessamento artistico-culturale, in occasione della molto discussa "traslazione" (1965/66) della chiesetta di S. Maria alla Pineta di Lignano, che ha, se non altro, rinnovato l'interesse dei cultori dell'arte per il noto ciclo di affreschi quattrocenteschi, per le sinopie ivi contenute e sul probabile loro Autore. La recente comunicazione di alcuni di noi (ANZOLIN et al. 1 990) pone in risalto il ritrova­mento di alcuni reperti che, unitamente alla descrizione di frammenti di vetro (BELLUNO 1967) trovato nell'oratorio paleocristiano sottostante la chiesetta, ha permesso una datazio­ne interessante per il sito: si va dal I sec. d.C. (frammento di Medusa), al ll/HI sec. d.C. (frammenti di vetro), al V/VI sec. per l'aula paleocristiana, al XV sec. d.C. (fondazione della chiesetta).
  6. BOCCA DI CORON L'unica citazione di questo sito sub-lagunare si trova nell'interessante studio di Filippo DONA­TI (1807) che segnala la presenza in laguna di macerie 'di un antico romano abitato delle quali una parte fu impegnata nella costruzione di alcune case in Latisana'. Rientra nei nostri futuri progetti la localizzazione dell'esatta giacitura e della sua consistenza effettiva.

Considerazioni finali

L'esame complessivo di questo notevole numero di presenze romane sul cordone di isole che delimitano la laguna di Marano e sulla corrispondente terraferma ci suggerisce che:

In buona parte gli insediamenti considerati vanno dall'età augustea fino al IV ed anche VI secolo d.C, a parte pochissimi che oltrepassarono tale data. Sono perciò insediamenti di lunga durata.
L'elenco presentato si riferisce alle conoscenze attuali ed a ritrovamenti in buona parte effettuati in questi ultimi anni. In un futuro, più o meno prossimo non sappiamo, potrebbero esserci "novità", cioè altri ritrovamenti che potrebbero meglio completare il quadro della zona considerata, chiarendo forse diversamente le nostre idee in argomento.

Le nostre considerazioni sulla corona di isolotti-scali e sui siti di terraferma, dimostrano, ancor più rilevante che in passato, l'importanza di Aquileia come scalo verso terra in genere (la pianura, il Norico, la Pannonia, il Baltico, ecc.) sia come porto di transito (costa Illirica, Grecia, l'Oriente, ecc.). Infatti questi piccoli "porticcioli" lagunari potevano smaltire parte del traffico, soprattutto da navi più grandi a barconi più piccoli, che potevano raggiungere Aquileia oppure potevano trasbordare su altri natanti le merci che dovevano proseguire verso altre nuove destinazioni, come sopra accennato.

La navigazione in ambito lagunare costituiva una realtà effettiva per le più agevoli condi­zioni in cui si svolgeva. Inoltre la molteplicità degli scali, forse, avrebbe potuto sostituire le attività portuali di Aquileia stessa in caso di calamità naturali gravi (alluvioni, terremoti, ecc.) o di invasioni pericolose di altri popoli. Maggiormente ciò vale nel caso di merci in transito verso altri porti (Istria, Dalmazia, Medio Oriente), che avrebbero inutilmente intasato il porto principale della città.
Gli insediamenti ritrovati non sono tanto modesti: notiamo l'uso generalizzato del mosaico e delle colonne in terracotta (presenza di rocchi), le tipologie costruttive, ecc. Ciò denota un buon tenore di vita; ricchezza che non derivava certamente dai proventi del duro lavoro agricolo di difficili terreni argilloso-sabbiosi, ma soprattutto, ritengo, dall'adempimento di un compito commerciale-portuale vuoi di trasbordo di merci, che di assistenza ai naviganti. L'esame dei reperti di superficie ritrovati sull'isola di Sant'Andrea ci trova in linea con le considerazioni generali sopra esposte e ci fa ritenere che il sito abbia avuto una sua impor­tanza intrinseca.

Riteniamo che questa nostra valutazione possa attirare l'attenzione delle Autorità competenti, almeno per un limitato saggio di scavo.Una ultima nota di carattere molto generale si riferisce alla "vexata quaestio" della forma­zione delle lagune. Al giorno d'oggi è praticamente impossibile poter esporre una teoria conclusiva su questo fenomeno così interessante: sono troppe le incognite che si intersecano sulla genesi del fenomeno come oggi si presenta a noi; ed è effettivamente difficile, anche per chi è molto più ferrato di noi nello specifico argomento poter districarsi nelle incognite che accompagnano il fenomeno.

Ci auguriamo che geologi, geografi, oceanografi, e tutti gli altri che si interessano specifica­mente di questi fenomeni possano trovare... il bandolo della matassa.
Iginio Frisoni
CAPUT ADRIAE VOL.5

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